180 minuti ( progetto work in progress )
"180 minuti è il tempo che la società ed il tessuto familiare mi ha concesso prima di chiedermi di tornare a essere una funzione.
In Italia la maternità è celebrata a parole ma punita nei fatti: le mie tre ore di autonomia erano una trincea.
Questo progetto documenta la trasformazione di una donna in fonte, l'unica rimasta a garantire la vita quando il sistema e l’altro si sono ritratti.
È il racconto di una presenza che deve farsi totale, occupando da sola ogni spazio lasciato vuoto."
Il percorso interroga le ombre del quotidiano dove i traumi agiscono come fantasmi invisibili.
Il fulcro è una fotografia originale della madre dell’autrice incinta, che lei stessa, da bambina, aveva strappato e graffiato: uno squarcio fisico che rivela la radice di un circolo affettivo ripetutosi nell'età adulta nella ricerca di un compagno speculare a quella madre distante.
Questi fantasmi dialogano con un archivio analogico pre-maternità che agisce come premonizione: i vestiti dell’autrice neonata tra la neve, anticipazione di un territorio esistenziale scomodo, e autoscatti come
l'abbraccio alle mimose, simbolo di una femminilità stereotipata dalla società .
Il ritmo del lavoro esplora l’intervallo sottile tra ciò che scompare e ciò che resta, scandito dalle immagini di una tazza di latte fotografata ogni tre ore: un diario del nutrimento che non è cronaca di un peso, ma la testimonianza di una felicità immensa e di una cura totale che ha dovuto farsi carico, in solitudine, di ogni necessità vitale. Il fulcro finale è la scansione macroscopica dell’impronta digitale della figlia, stampata su carta cotone.
L’impronta si genera nell’utero per la pressione del liquido amniotico e il contatto fisico con le pareti uterine: un'increspatura della pelle che è prova biologica di come l’identità sia modellata dal contatto e dalla presenza. "180 Minuti" documenta l'atto di abitare quel vuoto lasciato dall'altro, fissando una traccia che l'assenza non può né imitare né scalfire.